Ora che questa stagione si è conclusa, è tempo di stilare il bilancio di quello che abbiamo visto.
Abbiamo visto un Mathieu Van der Poel che ha cerchiato pochi obiettivi e li ha raggiunti quasi tutti. La sua fucilata alla Milano-Sanremo è stata meravigliosamente violenta. L’olandese ha staccato Pogačar, Van Aert e Ganna sul Poggio per andare a conquistare in solitaria la sua prima Classicissima. Van der Poel ha vinto anche la Parigi-Roubaix togliendosi di ruota uno sfortunato Van Aert, vittima di una foratura nei chilometri finali della corsa. L’atleta della Alpecin-Deceuninck ha anche conquistato uno dei Mondiali più folli di sempre, con ritmi forsennati e continui attacchi tra i favoriti a partire già da 150 km all’arrivo. Personalmente, ritengo che il Mondiale di Glasgow sia stato uno dei più spettacolari di sempre.
Quest’anno, l’unico obiettivo sfuggito a Van der Poel è stato il Giro delle Fiandre, in cui l’olandese si è dovuto inchinare di fronte ad uno scatenato Tadej Pogačar, che dal secondo passaggio sull’Oude Kwaremont (55 km dalla conclusione) ha iniziato ad attaccare ripetutamente, stroncando le resistenze di tutti i rivali. Questa folle edizione della Ronde, la più veloce mai disputata (finora), è stata tra le più intense ed emozionanti di sempre.
Poi, abbiamo visto sbocciare giovani talenti come Ben Healy ed Arnaud De Lie, e abbiamo notato i progressi di ragazzi come Carlos Rodríguez, Juan Ayuso e Cian Uijtdebroeks sulle tre settimane. A proposito di tre settimane, Remco Evenepoel non ha ancora la costanza e la resistenza necessarie per giocarsi i Grandi Giri contro i migliori al mondo. Riuscirà a migliorare questi aspetti in futuro? Vedremo. Ma la stagione del talento belga è stata comunque positiva. Il giovane della Soudal Quick-Step ha infatti ottenuto molti successi, tra cui la sua seconda Liegi-Bastogne-Liegi.
In questo 2023 siamo stati inoltre testimoni della sfortuna di Van Aert, che si è piazzato spesso ma non è riuscito a vincere molte corse di primo piano. Però lui è sempre lì. La sua costanza è spaventosa e la sua completezza è unica nel ciclismo contemporaneo. In aggiunta, il belga si fa sempre in quattro per i suoi compagni dimostrando una lodevole umiltà, un’eccezionale etica del lavoro ed un ammirabile spirito di sacrificio.
E Van Aert si è sacrificato tanto, come tutti i suoi compagni della Jumbo-Visma, per aiutare Jonas Vingegaard a stracciare Tadej Pogačar al Tour de France. A mio avviso, questa “Grande Boucle” è stata una delle più belle di sempre perché i Big si sono dati battaglia dalla prima all’ultima tappa, letteralmente. Vingegaard ha dominato il Tour, dimostrando di essere nettamente il più forte sulle tre settimane. Il danese sembra essere nato apposta per competere nei Grandi Giri ed è attualmente il miglior fondista in circolazione. È un animale da competizione perfetto per vincere le tappe ricche di salite dure e di discese. Il nativo di Hillerslev è il prototipo del ciclista da “Tappone”.
Il Giro d’Italia, invece, è stato di una noia insopportabile. I Big non si sono mai attaccati, se non nelle ultime due tappe di montagna. Ma perché è successo questo? Sicuramente, perché i giovani talenti che danno spettacolo hanno tutti ignorato il Giro per andare al Tour; questo Giro è stato corso (e vinto) dai calcolatori del gruppo. Atleti scaltri tatticamente e che dosano le forze in maniera meticolosa. Intelligenti e furbi, ma lo spettacolo così ci rimette. Tuttavia, c’è anche un altro motivo se questo Giro non ci ha emozionati: il disegno del percorso. Infatti, le tappe più dure non erano distribuite tra le tre settimane, ma erano tutte concentrate alla fine. Di conseguenza, i Big hanno pensato bene di risparmiarsi per gli ultimi giorni di corsa. E il più abile di tutti a compiere questa operazione è stato Primož Roglič. Lo sloveno non ha mai attaccato ma ha puntato tutto su un’unica tappa, quella che credeva fosse decisiva: la cronoscalata sul Monte Lussari. E aveva ragione. Sulle pendenze arcigne del Lussari, infatti, Roglič ha sbaragliato la concorrenza ed ha superato Geraint Thomas in classifica, conquistando la Maglia Rosa e vincendo il Giro d’Italia numero 106.

Per quanto riguarda la Vuelta, beh, è stata meravigliosa. È la favola di Sepp Kuss, un gregario che si è sempre fatto in quattro per i suoi capitani e che è stato ripagato proprio dai leader della sua squadra che, mostrandogli una certa riconoscenza, lo hanno aiutato a vincere il Grande Giro spagnolo. Bravo Sepp, te la sei proprio meritata!
Per concludere il discorso sulle corse a tappe di tre settimane è doveroso soffermarsi sulla Jumbo-Visma, la squadra più forte del panorama mondiale. “I Calabroni” hanno infatti vinto tutti e tre i Grandi Giri del 2023 e lo hanno fatto con tre ciclisti diversi. Non era mai successo nel ciclismo maschile. L’unica squadra che era riuscita, prima della Jumbo-Visma, a vincere i tre Grandi Giri nella stessa stagione è la Movistar nel ciclismo femminile, grazie alla straordinaria Annemiek van Vleuten che ha centrato la tripletta nel 2022. A proposito, il 2023 è stato il suo ultimo anno prima del ritiro, ma l’olandese ha scritto la storia del ciclismo femminile a suon di successi e prestazioni dominanti. E queste cose restano per sempre. Buon ritiro e buona fortuna per tutto, Campionessa!
Infine, l’ultima Classica Monumento della stagione ha visto Tadej Pogačar diventare il terzo ciclista di sempre a vincere Fiandre e Lombardia nello stesso anno, preceduto dai soli Rik Van Looy (nel 1959) e Hennie Kuiper (nel 1981).
Conclusioni
Per trarre le conclusioni di questa stagione, tuttavia, vorrei analizzare anche l’aspetto dei ritiri. Quest’anno, infatti, ci sono stati ritiri da parte di ciclisti di spessore, che hanno segnato un’epoca e che hanno fatto appassionare tanti giovani a questo sport. Vorrei partire da Nathan Van Hooydonck, corridore belga della Jumbo-Visma. L’efficiente “Rouleur”, fidatissimo gregario di Wout Van Aert, è stato protagonista di una storia crudele che sarebbe potuta finire decisamente peggio. Il passista è stato colpito da un arresto cardiaco lo scorso 12 settembre mentre era alla guida della sua auto, e ciò ha provocato un incidente stradale. A Van Hooydonck è stata diagnosticata un’anomalia del muscolo cardiaco che ha reso necessario impiantare un defibrillatore sottocutaneo. Il belga è stato dunque costretto al ritiro. Un altro atleta per cui il ritiro non è stato volontario è Sep Vanmarcke, il trentacinquenne belga della Israel Premier Tech, specialista delle Classiche. Anche il suo è un ritiro forzato, causato da problemi di aritmia accusati durante il campionato nazionale. In carriera ha ottenuto risultati grandiosi, tra cui podi al Fiandre e alla Roubaix. Probabilmente, il nativo di Courtrai avrebbe potuto vincere di più se non fosse stato costantemente bersagliato dalla cattiva sorte, con cadute e forature che gli hanno rovinato diverse corse. Passiamo ora a Greg Van Avermaet. Vincitore della prova olimpica del 2016, della Parigi-Roubaix 2017 e di due tappe al Tour de France, la carriera del trentottenne è stata sicuramente gloriosa. È stato per anni un punto di riferimento per le Classiche del Nord. Inoltre, il 2023 è stato l’ultimo anno anche per Peter Sagan. Il fenomeno slovacco non solo è tra i ciclisti più vincenti di sempre, ma ha cambiato il ciclismo per quanto riguarda l’intrattenimento, la maggior imprevedibilità delle corse e l’interesse sempre più consistente che i grandi sponsor hanno per questo sport. Sagan, Van Avermaet e Vanmarcke hanno davvero segnato un’epoca e il loro ritiro rappresenta la fine di un’era per quanto concerne le Classiche del Nord. Mi ricordo che, qualche anno fa, le Classiche se le giocavano loro tre e la Quick-Step, con talvolta qualche outsider che si inseriva. Ora che questi tre grandi atleti hanno annunciato il ritiro e che i corridori della Quick-Step contro cui si battevano sono praticamente usciti di scena, possiamo affermare che c’è stato un totale ricambio per le Classiche del Nord, con le nuove generazioni di fenomeni che hanno preso il posto di alcuni ciclisti che, in ogni caso, resteranno sempre nei nostri cuori.
Ma non si sono ritirati solo corridori da Classiche del Nord. Come ultimo ciclista che ha terminato quest’anno la sua carriera voglio ricordare Thibaut Pinot, scalatore francese della Groupama-FDJ. In carriera ha vinto il Giro di Lombardia nel 2018 e ha ottenuto buoni piazzamenti nei Grandi Giri, tra i quali il terzo posto al Tour de France 2014. Ma lui avrebbe potuto fare molto di più se non fosse stato così sfortunato. Ad ogni modo, probabilmente è proprio per questo che Pinot è nel cuore degli appassionati: perché è umano. Il francese è stato autore di imprese straordinarie e vittima di crudeltà della cattiva sorte. Crisi di fame improvvise, brutte cadute e sventure varie si sono abbattute su di lui senza pietà. Con un pizzico di fortuna in più avrebbe avuto una carriera migliore, però lui è nel cuore della gente proprio perché non è una divinità intoccabile, ma un essere vulnerabile come tutti noi. Gli umani a volte vincono e a volte perdono, a volte sono fortunati e altre volte no. E Pinot rappresenta l’umano.
In conclusione, questa stagione è stata fantastica, intensa, “veloce” e ricca di colpi di scena. Un Fiandre nella storia, un Tour senza esclusione di colpi, uno dei Mondiali più belli di sempre, un momento di gloria eterna per un eterno gregario e molto altro ancora.