photo: La Gazzetta dello Sport
Tadej Pogačar diventa il terzo ciclista ad aver vinto Giro d’Italia, Tour de France e mondiale nella stessa stagione dopo Merckx (1974) e Roche (1987). L’inarrestabile sloveno ha attaccato a 100 chilometri dalla fine, si è riportato sulla fuga e ha staccato tutti per vestirsi d’arcobaleno. I 275 chilometri impegnativi che hanno condotto gli atleti da Winterthur a Zurigo hanno incoronato il più forte.
Il racconto della corsa
I primi attacchi cominciano subito dopo il via, ma la fuga impiega decine di chilometri per prendere il largo. Silvan Dillier (Svizzera), Tobias Foss (Norvegia), Rui Oliveira (Portogallo), Piotr Pękala (Polonia), Luc Wirtgen (Lussemburgo), Simon Geschke (Germania), Markus Pajur (Estonia) e Roberto Gonzalez (Panama) sono i ciclisti che animano la prima fase di gara. Slovenia e Belgio tirano per controllare la fuga e accellerano ogni volta che la strada sale per stancare gli uomini veloci. I loro capitani, rispettivamente Tadej Pogačar e Remco Evenepoel, sono i corridori più resistenti in gara e vogliono un ritmo selettivo. A 218 chilometri dal traguardo succede il primo colpo di scena: cadono lo spagnolo Pello Bilbao e il francese Julian Alaphilippe. Entrambi sono costretti al ritiro e il mondiale perde due possibili outsider.
Una fiammata improvvisa inaugura una nuova fase
La corsa si accende a 130 chilometri dalla conclusione. Lo spagnolo Pablo Castrillo inaugura una serie di attacchi che porta all’avvantaggiarsi di un gruppetto numeroso. Nel drappello ci sono Laurens De Plus (Belgio), Jan Tratnik (Slovenia), Mattia Cattaneo (Italia), Magnus Cort (Danimarca), Pavel Sivakov (Francia), Stephen Williams (Gran Bretagna), Jay Vine (Australia), Kevin Vermaerke (Stati Uniti), Johannes Staune-Mittet (Norvegia) e Florian Lipowitz (Germania). Tutte le formazioni più attrezzate per questo tracciato montagnoso sono rappresentate e quindi nessuno tira in gruppo. A 105 chilometri dal termine questi dieci riprendono la fuga e conservano 3′ di vantaggio sul plotone, dove la Slovenia ha iniziato a tirare. La squadra di Pogačar è consapevole che Tratnik ha poche speranze di vittoria e quindi vuole ricucire. Sotto il forcing del team in verde, ai meno 100 il gap si riduce a 1’40”. Il problema è che il fuoriclasse di Komenda esaurisce presto i gregari e si ritrova da solo. Al coraggioso ventiseienne resta una sola cosa da fare. È rischioso, ma senza compagni deve provarci se vuole diventare campione del mondo.
Un attacco speciale per un talento unico nella storia di questo sport
Tadej Pogačar attacca a 100 chilometri dall’arrivo. Non ha più aiutanti e per rientrare nella fuga deve andare da solo. Il grande favorito scatta coraggiosamente da una distanza folle. Il nostro Andrea Bagioli lo segue per qualche minuto prima di cedere allo strapotere dello sloveno, che in salita ha un altro passo. Il Belgio di Evenepoel si mette a spingere per riprendere il superuomo del ciclismo. Nel frattempo Tratnik si stacca dalla fuga per aspettare il capitano e lo aiuta a riportarsi sulla testa della corsa. Ai meno 90, Pogačar e Tratnik rientrano sulla fuga e conducono il drappello per estendere il gap, che è di 1’10”. Il Belgio gode di tanti uomini e accorcia le distanze, riducendo il divario a soli 34 secondi a 79 chilometri dalla meta. Ecco che però la strada torna a salire. “Tornado Tadej” accellera sul ripido Zurich Bergstrasse e solo Sivakov riesce a seguirlo. Il muro disintegra il gruppo e disperde i gregari di Evenepoel, che si ritrova da solo. A 70 chilometri dal traguardo, il campione sloveno e Sivakov hanno 50″ di margine su un “peloton” ormai inerte. Nessuno dei leader gode di compagni di squadra e perciò manca l’accordo. Gli inseguitori della coppia al comando non collaborano, ma anzi si attaccano a vicenda. Tra scatti e controscatti, dietro è anarchia. E l’inarrestabile Tadej ringrazia. A 58 chilometri dal termine Ben Healy (Irlanda), Oscar Onley (Gran Bretagna) e Toms Skujins (Lettonia) evadono dal gruppo e si portano alla caccia della coppia. La strada si inerpica nuovamente.
La solitudine dei numeri uno
Uno stremato Sivakov si stacca sullo Zurich Bergstrasse e il fenomeno rimane solo davanti. Nel frattempo Healy e Skujins staccano Onley. Sivakov crolla del tutto e viene sorpassato da decine di atleti. L’accordo non si trova, anche perché le energie cominciano a scarseggiare. Ai meno 23, Pogačar difende 1’02” su Healy e Skujins e 1’30” sul gruppo Evenepoel. Dopo una serie di azioni Marc Hirschi (Svizzera), Enric Mas (Spagna), Ben O’Connor (Australia) Remco Evenepoel e Mathieu Van der Poel (Paesi Bassi) raggiungono l’irlandese e il lettone. Per la prima volta nella gara, Pogačar sembra affaticato e comincia a perdere terreno. La pedalata dello sloveno è legnosa. Dopotutto, è umano anche lui. Ai meno 16, lo showman del ciclismo ha 38″ sugli inseguitori. Però dietro alcuni non contribuiscono alla caccia e quindi salta nuovamente la coesione. Il leader dunque incrementa il proprio vantaggio e s’invola verso uno storico capolavoro. La lotta per il secondo posto è ben più equilibrata. Si susseguono gli attacchi e Remco sorprendentemente paga sugli strappi, anche se riesce sempre a rientrare in discesa. L’australiano O’Connor coglie l’attimo e a meno di 2 chilometri dal traguardo stacca tutti per conquistare un ottimo secondo posto. Un grande Van der Poel vince la volata per il bronzo.
Considerazioni e commento
Non era scontato che Pogačar vincesse questo mondiale. Con una fuga pericolosa davanti e nessuno che tirava in gruppo, allo sloveno non sarebbe bastato essere il migliore per trionfare. Lui infatti era in trappola. Per cavarsela aveva bisogno di un’intuizione. Non si è fenomeni per caso. Molti ottimi ciclisti non sono fenomeni perché non hanno nulla di speciale oltre alla mera forza fisica. Come in ogni sport, è l’istinto che distingue i fenomeni dai grandi atleti. A 100 chilometri dalla meta Pogačar era fuori dai giochi. Non aveva più gregari e nessun’altra squadra voleva prendere in mano la situazione per inseguire la fuga. Se avesse esitato ancora un po’ avrebbe perso il mondiale. Ma il fenomeno non aspetta. Lui parte appena termina il lavoro di Roglič e conquista Zurigo.
Non è stato affatto un attacco scellerato. L’istinto gli ha detto che non aveva alternative.
Era il grande favorito, però questo successo se l’è inventato dal nulla.
Dopo aver vinto Giro e Tour, l’inarrestabile realizza un triplete riuscito solo a Merckx nel 1974 e a Roche nel 1987.
Mathieu Van der Poel ha corso con tenacia in un percorso troppo impegnativo per lui e ha colto un bronzo straordinario. Ha preservato energie per il finale con grande esperienza. Il campione uscente si è battuto con onore.
Ben O’Connor ha ottenuto l’argento con furbizia, scattando mentre i rivali si guardavano dopo aver chiuso un attacco di Healy.
Remco Evenepoel non aveva le gambe dei giorni migliori. Non ha seguito Pogačar perché non se l’è sentita da quella distanza. Nel finale ha sofferto sulle salite. Peccato, lo spettacolo ci ha rimesso.
L’Italia invece non c’è mai stata. Dovevamo sfruttare la forza del numero, ma nessuno ha saputo competere con i migliori al mondo.
Ad ogni modo, i 275 chilometri costellati di salite elvetiche hanno premiato il migliore. Complimenti per quest’annata storica, Tadej!
Risultati e highlights
https://www.procyclingstats.com/race/world-championship/2024/result